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Negli ultimi decenni la tendenza a voler dare una connotazione speciale o straordinaria al Mezzogiorno d’Italia ha finito per far perdere il senso “ordinario e comune” dei finanziamenti per il Sud: con la favola dei fondi europei sono stati sottratti o non sono stati riconosciuti i fondi ordinari o dovuti. La conseguenza ovvia è che nel Sud risultano più gravi e drammatiche le criticità che riguardano il nostro Paese.

C’è un Sud delle grandi città con periferie degradate, dove i principali problemi (trasporti, crisi abitativa, qualità urbana, dispersione scolastica etc) sono ben più gravi rispetto alle altre grandi città.

C’è un Sud delle aree interne e rurali che vivono lo spopolamento e l’abbandono, una fragilità idrogeologica dell’Appennino, una desertificazione economica e dei servizi pubblici essenziali.

C’è un Sud che negli anni della crisi ha perduto gran parte del tessuto industriale figlio del decentramento produttivo e degli incentivi dell’intervento straordinario, mentre un tessuto produttivo nuovo si è sviluppato e cresce a fatica nonostante le difficoltà attinenti alla logistica, alle reti e ai costi energetici.

C’è un Sud nel quale la piccola e media impresa operante nell’artigianato, nel commercio, nel turismo, nei servizi, rischia l’asfissia non solo per il deficit di legalità e di sicurezza, ma anche per un sistema creditizio costoso e difficile, con la testa fuori dal Sud e proiettato unicamente sulla raccolta del risparmio.

C’è un Sud che vede ridimensionato e in difficoltà il sistema universitario e della ricerca.

C’è un Sud che nel “combinato disposto” fra presenza delle mafie, distrazioni dello Stato e convenienze delle imprese del Nord è diventato pattumiera di rifiuti di tutti i tipi, che rischia di essere bucherellato per le estrazioni di idrocarburi senza alcuna programmazione e senza alcuna valutazione sui rischi e sulle opportunità di sviluppo di altri settori economici, e che potrebbe diventare probabile destinatario del sito unico delle scorie nucleari.

Ma c’è anche un Sud che ha risorse naturalistiche, ambientali, archeologiche, culturali, agricole e agro-alimentari che per quantità e qualità vanno ben oltre le proporzioni tra Sud e Nord d’Italia e sono fondamentali per un nuovo modello di sviluppo ormai indispensabile per affrontare la crisi. Un Sud che ha risorse umane di ottima e alta scolarizzazione parte significativa di quel flusso migratorio che arricchisce altri paesi europei e il nord del Paese e impoverisce irrimediabilmente il territorio e la comunità meridionale.

Servono dunque politiche “ordinarie” per il Sud, cioè politiche e soluzioni che stanno in quelle necessarie per l’intero Paese e che siano adatte in termini quantitativi alla situazione nella quale il Mezzogiorno si trova (applicazione della cosiddetta clausola Ciampi: 45% degli investimenti pubblici al Sud).

Serve una qualità delle soluzioni, con una responsabilità e un protagonismo delle istituzioni e dei governi regionali e comunali, trasparenti, condivise dal corpo sociale e civile delle comunità del Mezzogiorno, condizione necessaria per superare la crisi del “regionalismo” evitando quel neo-centralismo che tanto piace a Renzi e agli ambienti economici e finanziari che lo sostengono.

Ma la crisi e le difficoltà del Mezzogiorno sono figlie innanzitutto della crisi e del degrado delle classi dirigenti del Sud, il rischio è che il partito della nazione si aggiunga e concorra a ri-alimentare il consociativismo tra politica, amministrazione, burocrazia ed economia.

La prima cosa che occorre al Sud è un nuovo protagonismo della politica in sintonia con la società civile e produttiva, capace di rappresentare i valori e l’etica pubblica innanzitutto.

Per l’Italia e per il Mezzogiorno servono comportamenti virtuosi e passione civica, una nuova sinistra al Sud deve assumere questa missione.

Facilitatori: Gianni Speranza

Relazione: Vincenzo Folino

Intervengono: Igor Prata e Arturo Scotto