“Refugees crisis” o crisi dell’Europa?
Migrazioni, frontiere, razzismi

La cosiddetta “refugees crisis” è diventata il pretesto per decisioni politiche che stanno pericolosamente riscrivendo i confini materiali e simbolici dell’Europa.

Si tratta di una crisi reale, alimentata dall’intensificarsi di guerre e conflitti rispetto ai quali cui l’Unione europea ha delle pesantissime responsabilità. Sempre più persone sono in fuga dalla violenza e dalle bombe, e alle politiche dell’immigrazione e dell’asilo sta oggi decidere la realtà politica e sociale dei prossimi decenni.

Una sfida epocale, paragonabile solo a quella affrontata tra le due guerre mondiali quando milioni di apolidi furono trattati come “schiuma della terra” e confinati in campi di concentramento diventati poi il centro dell’orrore dei nazifascismi del Novecento.

Ma una sfida affrontabile, considerato che, realtà sempre taciuta, le migrazioni non hanno subito un aumento quantitativo, ma solo un mutamento nella composizione: chi migrava usando visti di ingresso regolari, a causa della crisi economica non arriva più. Mentre ad essersi incrementate sono le migrazioni più pericolose, quelle che attraversano il Mediterraneo e da ultimo la rotta balcanica. Numeri che sembrano enormi, ma che sarebbero insufficienti a sanare la crisi demografica dell’Europa, e che potrebbero essere gestiti riconvertendo l’enorme quantità di denaro spesa nel controllo delle frontiere e nei dispositivi di repressione, oltre che nella speculazione sul sistema dell’accoglienza, in investimenti semplicemente razionali che abbiano le persone come priorità.

E invece, la risposta dei governi europei, non solo non è all’altezza di questo momento storico, ma è anche profondamente sconsiderata e nociva.

Il ricatto delle istituzioni dell’Ue ai paesi frontalieri come l’Italia e la Grecia si è tradotto nell’istituzione del cosiddetto sistema hot spot, che di fatto si concretizza in una violazione di massa del diritto universale di chiedere asilo politico, attraverso una sempre più strumentale categorizzazione tra rifugiati da ricollocare in altri paesi europei (una piccola minoranza che peraltro non verrà mai ricollocata), e migranti da espellere.

Migliaia e migliaia di persone vengono di fatto escluse dalle procedure di asilo e dal sistema di accoglienza e ‘clandestinizzate’, senza curarsi delle conseguenze che ciò avrà sulle loro vite e sulle società in cui comunque rimarranno. O forse proprio prevedendo cinicamente tale precarietà, che verrà presto messa a valore attraverso lo sfruttamento del lavoro di questi nuovi migranti irregolari.

Questo sistema, privo di ogni base legale perché istituito solo da decisioni informali delle istituzioni europee, sta normalizzando la violazione di principi fondamentali come quello dell’habeas corpus o del rispetto della libertà personale. Viene ad esempio formalmente incentivato l’uso della forza nel prelievo delle impronte digitali, o legittimata la detenzione senza limiti di tempo per chi si rifiuta di rilasciale (sapendo che questo gli impedirebbe di raggiungere altri paesi europei dove magari ha una rete familiare e di sostegno).

Dublino e Schengen, nel frattempo, continuano ad essere usati come strumenti di ricatto negli equilibri geopolitici tra Stati membri, mentre la cittadinanza europea, mera somma di cittadinanze nazionali che ha come prerogativa solo la libertà di movimento interna, naufraga miseramente come miseramente era nata.

Nel frattempo, l’Ue persevera negli accordi di riammissione con paesi considerati terzi sicuri i cui governi si macchiano invece giornalmente di gravissime violazioni dei diritti umani, in primis l’Egitto e la Turchia, mentre i ministri europei continuano a sedere, insieme alle principali organizzazioni umanitarie, a tavoli di confronto con dittatori come quello eritreo o sudanese.

Rincorrendo le destre sempre più apertamente xenofobe e razziste, la criminalizzazione delle migrazioni da parte di quasi tutti i governi Ue ha oggi raggiunto un livello inedito, scagliandosi contro i profughi di guerra e apertamente legittimando pratiche di discriminazione e odio che si traducono nel rafforzamento delle frontiere, nell’erezione di muri, nei raid anti-migranti che non risparmiano più nemmeno i bambini.

Le popolazioni da sempre stigmatizzate, come i rom e i sinti, vengono in questo climax di violenza ancora più discriminate e marginalizzate.

Le conseguenze di queste politiche si preannunciano terribili.

A fronte di tutto questo, anche in Italia, esistono però decine di reti e realtà che continuano a resistere e a opporsi. Decine di sportelli dal basso, campagne di sensibilizzazione e di controinformazione, azioni di disobbedienza solidale che sostengono i e le migranti nella loro libertà di movimento e di scelta.

Centinaia di attivisti, giuristi, giornalisti, che sanno bene quale partita si stia giocando oggi sulla pelle dei profughi.

A loro parla questo workshop, che vuole contribuire alla realizzazione di uno spazio di riflessione e di azione condivisa e reticolare, che abbia il cambiamento dell’Europa come orizzonte politico e le radici ben salde nelle esperienze locali di chi ogni giorno costruisce l’antirazzismo.

Facilitatori: Alessandro Fava e Alessandra Sciurba