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UN CONTRIBUTO AL DIBATTITO DI COSMOPOLITICA

I fenomeni determinanti nel mutamento della fase politica possono essere così riassunti:

a) La crisi (nel senso classico di “krisis”) dello “Stato – Nazione” (il filosofo tedesco Teubeuer scrive di “sistema aperto del nuovo mondo”);

b) La qualità nuova della situazione economico-finanziaria a livello globale e i suoi specifici risvolti europei, dei quali vanno disvelati alcuni punti – chiave (debito pubblico/ debito privato, ecc.)

c) L’evidenziarsi di un vero e proprio mutamento di paradigma nell’“agire politico” con l’emergere di una sorta di ideologia della “politica tecnica”, che trova in un “caso Italiano” di segno ben diverso da quello che eravamo abituati storicamente a considerare, un rilevante punto di saldatura . Un mutamento di paradigma che trova nell’omologazione culturale tra i diversi soggetti presenti nel sistema politico italiano sostanzialmente concordi nella  costruzione di un regime “a pensiero unico”.La nostra prospettiva deve essere quella della costruzione di un largo campo dell’opposizione per l’alternativa per intervenire nella politica, nella società, nel dibattito culturale, nelle istituzioni.

d) ci troviamo in un fase di “guerra di posizione” e l’idea di una sinistra di governo appare velleitaria e improponibile.

Si tratta di fenomeni interconnessi che hanno dato origine a quello che risulta essere, dal nostro punto di vista, l’elemento centrale da affrontare nella fase: Il recupero del nostro antico bagaglio, in un’idea di intreccio tra rinnovamento e recupero.

Sotto quest’aspetto:

1) E’ necessario partire da noi, dalla nostra autonomia, dalla capacità di far politica della sinistra alternativa, in rapporto con i settori sociali, più avanzati in Italia e in Europa;

2) Nella crisi che stiamo vivendo (della quale abbiamo enucleato i fenomeni sopra accennati ai punti a,b,c, d) sta arrivando a compimento, infatti, un gigantesco processo storico di integrazione di massa, nel segno della “rivoluzione passiva”;

3) Per leggere questa crisi con gli occhiali giusti è necessario assumere tre avvertimenti “profetici” che hanno avuto il torto di essere stati lanciati con anticipo rispetto alle dinamiche della storia e aver cozzato “contro” l’impatto fornito dal processo di “rivoluzione avvenuta” in URSS: Hilferding e la finanziarizzazione dell’economia; Luxemburg socialismo e barbarie (un fenomeno che vediamo svilupparsi impetuosamente nell’attualità, proprio sotto i nostri occhi); Gramsci “americanismo e fordismo” (certo il fordismo è finito, ma è rimasto in piedi il concetto devastante di asservimento al ciclo produttivo nella forma di una nuova qualità di intreccio tra struttura e sovrastruttura”);

4) IL cuore dello scontro è ancora qui, nell’Occidente sviluppato, il cui meccanismo di produzione è sempre regolato dai rapporti di classe e dall’intreccio tra questi con lo sviluppo più avanzato delle contraddizioni post-materialiste (platea degli sfruttati che si allarga fino a comprendere settori dei produttori; i livelli di consumo acquisiti – qui sta il nodo dell’intreccio appena citato – impediscono di pensare di poter far leva su di un avanzamento della pauperizzazione che porterà, invece, a un ulteriore sfrangiamento e all’emergere di nuove contraddizioni sociali sempre più complicate da regolare (verrebbe alla mente il maoista “contraddizioni in seno al popolo”);

5) Dobbiamo uscire dal pantano della crisi attraverso la politica. L’Italia è stata il luogo dove la presenza politica della sinistra comunista, attorno ai temi fin qui sommariamente descritti, aveva raggiunto lo sviluppo più avanzato sia sul piano teorico, sia su quello politico, rispetto soprattutto al tentativo di inveramento statuale di fraintendimento del marxismo;

6) L’esperienza della sinistra comunista è stata chiusa inopinatamente, almeno in Italia, proprio per il prevalere delle spinte all’integrazione di cui al punto 2 e al cedimento strutturale alle forme dell’americanizzazione della politica;

7) Dalla chiusura della storia della sinistra comunista in Italia sono usciti soggetti dalla vocazione minoritaria del tutto interni al processo descritto ai punti 2 e 6. Rifondazione Comunista, messa su in fretta e furia ragioni di posizionamento elettorale senza alcuna continuità di orientamento e di direzione politica con la sinistra del PCI che si era opposta alla liquidazione del partito, ha compiuto un vero e proprio capolavoro di eutanasia con la collocazione strumentalmente assunta di internità al “movimento” in occasione del G8 di Genova nel 2001: eguale atteggiamento è stato tenuto, cercando di conciliare il massimo della “autonomia del politico” (addirittura il governo) e il massimo di “autonomia del sociale” ( i no-global) fino alle vicende dei cosiddetti “beni comuni

8) In questo quadro è necessario riprendere i temi di fondo della nostra elaborazione “storica” senza nessuna concessione di facciata a una presunta “modernità”: serve una lettura adeguata dello stato di cose in atto, una corretta analisi della crisi e delle prospettive del capitalismo (per fare un riferimento storico, qualsivoglia ipotesi di carattere programmatico dovrebbe partire da un dibattito del livello di quello svolto, proprio sul tema delle tendenze del capitalismo, nel 1962 dall’Istituto Gramsci);

9) Debbono essere strettamente intrecciati due piani: la prospettiva di una trasformazione radicale dell’esistente e la proposta di una società alternativa e un programma politico raccolto attorno al tema del recupero, in Occidente, dei termini di ragionamento per la costruzione di un’alternativa , in una dimensione di collegamento sovranazionale e internazionalista;

10) Su queste basi la costruzione di un nuovo soggetto politico, senza aver paura di chiamarlo partito, da edificarsi, come è già stato richiamato, attraverso una strategia di tipo “consiliare” senza concessioni al movimentismo e comprendendo anche le ragioni, non meramente propagandistiche, di rinnovamento del gruppo dirigente centrale e periferico e con un’idea precisa di soggetto di acculturazione di massa e di creazione di un nuovo quadro dirigente “diffuso”, posto anche in relazione con l’utilizzo delle nuove tecnologie comunicative;

11) Fondamentale importanza avrà, nella costruzione di questa nuova soggettività, lo schierarsi dalla parte di una certa idea del “far politica” che coincida con quanto indicato dalla Costituzione Repubblicana: no al presidenzialismo, centralità del Parlamento e degli altri consessi elettivi anche a livello locale, spazio alla rappresentatività politica in intreccio e non in subordine alla governabilità (ne consegue, anche se non compresa in Costituzione, l’opzione per un sistema elettorale proporzionale). In questo senso appare fondamentale la campagna elettorale per il NO nel referendum confermativo delle “deformazioni costituzionali” e per il SI nell’auspicabile referendum abrogativo del cosiddetto Italikum. E’ fondamentale muoversi in direzione “ostinata e contraria” rispetto ai meccanismi della personalizzazione maggioritaria e dell’individualismo competitivo che hanno rappresentato la causa principale della degenerazione dell’agire politica in Italia

12) L’incognita della legge elettorale rende difficile la valutazione dello spazio politico- elettorale effettivamente a disposizione, ma l’esigenza di una nuova soggettività in questo quadro  appare comunque necessaria e urgente.

NELLA SOSTANZA DELLA PROPOSTA POLITICA:

1) Emerge, in Italia e fuori d’Italia, l’esigenza di lavorare sia sul terreno teorico sia su quello immediatamente politico, per la ricostruzione di una soggettività di sinistra comunista, anticapitalista e di opposizione per l’alternativa collegata a precise istanze che derivano dalla nostra storia, all’identificazione nell’attualità di precisi filoni culturali di riferimento, alla progettazione di adeguate iniziative politiche sia al riguardo della struttura del soggetto sia sul piano progettuale – programmatico. La qualità stessa della gestione capitalistica della crisi (che abbiamo tante volte analizzata come orientata nel senso complessivo della “ricollocazione di classe” ed espressione di una “nuova repressione”) impone un discorso di questo tipo;

2) Un lavoro da impostare seguendo filoni ben precisi di orientamento proprio sul piano teorico: partendo, ovviamente, dall’Italia perché qui siamo chiamati ad agire. Ripropongo, quindi, l’utilizzo – per quanto possibile – il filone della “sinistra comunista” italiana da Gramsci a Ingrao al sindacato dei consigli al “Manifesto” (direi che l’arco temporale di riferimento può essere identificato tra le Tesi di Lione del 1926 e la relazione di Magri ad Arco nel 1990). E’ evidente che, pur considerata tutta l’importanza dell’elaborazione portata avanti dalla sinistra comunista in Italia (che qui è presa in considerazione soprattutto per via della “capacità storica” di realizzare un’autonomia non di facciata dall’imposizione sovietica) occorra – anche sul piano dello studio – un collegamento con riferimenti internazionali posti sul piano più alto nella storia del marxismo al di fuori dei filoni emersi dalla Rivoluzione d’Ottobre: Luxemburg, Pannekoek e la sinistra socialdemocratica, in particolare l’austromarxismo e l’elaborazione (torno in Italia) di Panzieri e dei “Quaderni Rossi”. Senza cadere nel sociologismo della Scuola di Francoforte (origine, a mio giudizio, della mancata “incidenza politica” del ’68) e tenendo fermi due punti: il prevalere della tensione etico – politica sulla banalità dell’economicismo e la capacità, sempre e comunque, di un’espressione piena di “critica della modernità”. “Critica alla modernità” che deve essere espressa anche rispetto all’utilizzo di massa dell’innovazione tecnologica che sta verificandosi all’interno del filone del “consumismo individualistico” e dell’isolamento soggettivo;

3) Il primo orizzonte da scrutare riguarda la visione internazionalista nella lotta per la liberazione dei popoli e per la pace. La lotta per la pace assume in questa fase particolarmente drammatica e pericolosa il senso di una priorità assoluta mentre si stanno redistribuendo i poteri delle diverse “politiche di potenza” e delle “vocazioni imperiali”, comprese quelle a presunto sfondo religioso o anelanti allo “scontro di civiltà”. Senza offrire alcun modello (è questa la differenza con la lotta anticoloniale della prima metà del ‘900 fino agli anni’60 quando si compì la liberazione dell’Africa) è necessario mantenere questo tipo di tensione internazionalista rispetto alle grandi lotte popolari in atto, a tutte le latitudini, per l’affrancamento dalla gestione capitalistica della crisi e la fuoriuscita dai meccanismi di vero e proprio “soffocamento” della democrazia. Ognuno con le proprie specificità: senza cadere, quindi, nell’errore del considerare il tutto “movimento dei movimenti” e collocarsi acriticamente al loro livello (questo sì sarebbe semplicemente adeguamento a una presunta “modernità”) e collocando a questo livello la lotta al razzismo e il tema del rapporto con le masse di diseredati costretti a lasciare il loro Paese per cercare altrove la possibilità di sopravvivere, sia pure nelle forme estremamente precarie che il capitalismo offre allo scopo di mantenere, assieme, sfruttamento e dominio culturale e politico;

4) Per quel che riguarda il “caso italiano” (dizione da rivalutare: in senso opposto però al significato che aveva assunto tra gli anni’60 – ’70) sono almeno tre i punti sui quali soffermarci prioritariamente: il primo riguarda l’omologazione culturale tra le forze maggioritarie del sistema politico, sulla base del quale si sta costruendo un vero e proprio “regime” (al contrario, tanto per far un esempio spicciolo, di ciò che accadde all’epoca della solidarietà nazionale e della linea della fermezza rispetto al terrorismo: uscirne fu comunque un merito di Berlinguer che non può essere sottaciuto pur, nella critica complessiva all’operato dell’area centrista del PCI; il secondo riguarda la degenerazione nella qualità della democrazia italiana, sia rispetto al tema europeo (che va affrontato specificatamente come non faccio in quest’occasione) sia rispetto alla logica della riduzione del rapporto tra politica e società in nome dell’eccesso di domanda (presidenzialismo, centralità del governo, legge elettorale: tanto per toccare i punti nevralgici di questa strategia riassumibile, alla fine, nella logica espressa da JP Morgan al riguardo della Costituzione e nella sostanziale indifferenza o malcelata soddisfazione di tutti per la verticale espressione di disaffezione al voto. Il terzo riguarda il deserto politico esistente nell’area della sinistra alternativa. Ma movimentismo e rivendicazionismo che appaiono essere, alla fine, l’altra faccia della medaglia ( o forse la complementarietà degli elementi, davvero rozzi, che hanno portato al successo del movimento 5 stelle) debbono essere affrontati con rigore sulla base di un’analisi delle nuove dimensioni di classe e con la precisione dei riferimenti teorici e politici.

PER CONCLUDERE

 Il solo punto di partenza possibile al fine di inquadrare questo obiettivo risiede nell’espressione piena di un’identità dalla quale è possibile far discendere una visione di egemonia politica.

La visione dell’egemonia che si intende qui richiamare, concludendo questo lavoro, è interamente quella gramsciana: egemonia per Gramsci non è soltanto forza mista a consenso, ma è la capacità di individuare le forme che devono regolare i comportamenti delle diverse soggettività politiche a partire dalla comprensione piena della loro funzione, delle loro caratteristiche morali, delle loro capacità progettuali.

Una visione opposta a quella della politica intesa come potenza, che individua la direzione che la classe operaia è in grado di esercitare sulla società.

Non sono parole vuote o antiche: rappresentano ancora oggi, nel senso dell’indicazione di un filone, di una precisa direttrice di marcia, l’intendimento al riguardo del quale è necessario muoverci, a partire dall’opposizione a questa società per arrivare a trasformare davvero “lo stato di cose presenti”.

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