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DOCUMENTO PER COSMOPOLITICA – ROMA 19,20,21 FEBBRAIO 2016.

A livello mondiale stiamo attraversando un cambiamento epocale, dai cambiamenti climatici indotti dallo sfruttamento ambientale dissennato alle drammatiche disparità fra il nord e il sud del mondo con il loro fardello di violenze e di sofferenze. Filo di unione di tutte queste vicende umane è il sistema economico basato sul capitalismo finanziario, che monetizza il valore della vita, al pari di qualsiasi altra merce, sia essa la vita di piante, animali, uomini o del pianeta intero. Il capitalismo finanziario è l’artefice primo della crisi economica che ha investito il mondo ed è la causa che determina il perdurare della crisi stessa. L’Europa dei popoli non trova rappresentazione politica mentre l’Europa della finanza ha ormai in mano le redini dei vari governi nazionali.

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COSMOPOLITICA: la sinistra riparta dal diritto allo studio e dall’accesso all’istruzione

L’istruzione in Italia sta vivendo negli ultimi anni una delle sue crisi più profonde, dovuta a molteplici cause, che hanno determinato come primo effetto il ridimensionamento del mondo della conoscenza, passato per l’abbandono di un modello di massa, con la conseguente diffusione di una concezione sempre più “elitaria” dell’accesso all’istruzione: sempre meno famiglie e studenti possono permettersi di sostenere il proprio percorso di studi, trovando difficoltà a completare l’obbligo scolastico e accedere ai gradi più alti del percorso di studi.  Tutto questo si inserisce in un contesto in cui il mondo dell’istruzione è da troppo tempo oggetto di vere e proprie campagne denigratorie, che hanno diffuso messaggi devastanti come quello lanciato pochi mesi fa dal Ministro Poletti, il quale aveva attaccato gli studenti universitari che si inseriscono nel mondo del lavoro ad età più avanzata perché hanno ottenuto più tempo per conseguire una laurea con il massimo dei voti. Questa è solo una delle dimostrazioni di come il rapporto tra istruzione e mondo del lavoro nel nostro paese sia visto in modo completamente distorto. …continua a leggere

UN CONTRIBUTO AL DIBATTITO DI COSMOPOLITICA

I fenomeni determinanti nel mutamento della fase politica possono essere così riassunti:

a) La crisi (nel senso classico di “krisis”) dello “Stato – Nazione” (il filosofo tedesco Teubeuer scrive di “sistema aperto del nuovo mondo”);

b) La qualità nuova della situazione economico-finanziaria a livello globale e i suoi specifici risvolti europei, dei quali vanno disvelati alcuni punti – chiave (debito pubblico/ debito privato, ecc.)

c) L’evidenziarsi di un vero e proprio mutamento di paradigma nell’“agire politico” con l’emergere di una sorta di ideologia della “politica tecnica”, che trova in un “caso Italiano” di segno ben diverso da quello che eravamo abituati storicamente a considerare, un rilevante punto di saldatura . Un mutamento di paradigma che trova nell’omologazione culturale tra i diversi soggetti presenti nel sistema politico italiano sostanzialmente concordi nella  costruzione di un regime “a pensiero unico”.La nostra prospettiva deve essere quella della costruzione di un largo campo dell’opposizione per l’alternativa per intervenire nella politica, nella società, nel dibattito culturale, nelle istituzioni. …continua a leggere

Anche da Venezia parte un appello “Per la Sinistra di tutte e di tutti”

Una deriva autoritaria e una politica neoliberista che sottrae reddito, diritti e servizi sta prendendo sempre più corpo nel nostro Paese, tanto da apparire l’unico orizzonte possibile. I suoi mezzi,da un lato, sono la modifica della Costituzione e il varo di una legge elettorale che toglierà ai cittadini il diritto di scegliere liberamente i propri rappresentanti, dall’altro le politiche del lavoro e dell’Welfare, dal Job Act, alla Riforma Sanitaria, che in nome della razionalizzazione dei servizi, “americanizza” il Sistema Sanitario Nazionale, dalla Legge 104 sulla “Buona Scuola” alla mancata mitigazione degli effetti della Riforma “Fornero”, che colpiscono sempre di più i “precoci e i “pensionandi”. Nel frattempo, anziché intervenire con politiche ambientali adeguate, ad esempio abbattendo le polveri sottili, incrementando il Trasporto pubblico locale e mettendo in sicurezza i nostri territori, il governo Renzi sponsorizza le trivellazioni nell’Adriatico, grazie al decreto “Sblocca Italia” …continua a leggere

Il documento de l’Altra Europa Marche

Siamo compagne e compagni impegnati, da quasi due anni, nei comitati Altra Europa con Tsipras delle Marche, nel portare avanti la costruzione di un soggetto politico alternativo al PD ed in grado di contrastare le politiche neoliberiste che stanno devastando la vita di milioni di persone. In questo periodo abbiamo imparato a lavorare insieme senza etichette di appartenenza politica o partitica, facendo ricchezza di ciò che ci unisce e  consapevoli che la nostra progettualità è una sfida al modello dominante.

Non siamo più disposti ad attendere ed osservare passivamente decisioni ed indecisioni verticistiche di una classe dirigente che non mostra adeguati livelli di direzione politica, né la minima consapevolezza del rischio di autodissoluzione che la sinistra italiana sta vivendo e, soprattutto, che sembra ignorare la gravità della situazione sociale e la drastica involuzione della democrazia nel nostro Paese e su scala più generale.

Per tutti questi motivi, consideriamo irresponsabile la decisione di aver sciolto il tavolo nazionale per l’avvio della costruzione di un soggetto unitario della sinistra e di aver fatto saltare  l’assemblea nazionale prevista per gennaio. Consideriamo infondata la pregiudiziale dello scioglimento di partiti e movimenti, avanzata al medesimo tavolo, poiché riteniamo  che un soggetto veramente unitario ed inclusivo debba essere aperto a tutte le forme dell’agire politico, delle culture e delle identità esistenti nel campo antiliberista della sinistra, dei movimenti, del conflitto sociale; altresì pensiamo che sia possibile definire  le forme di una “cessione di sovranità” politica, elettorale ed organizzativa delle strutture esistenti verso il nuovo soggetto, finalizzato a costruire un consenso crescente ed un’aggregazione di forze sufficiente a produrre una proposta di governo alternativa all’esistente e capace di promuovere campagne di massa, vertenze e azione sociale, e di suscitare partecipazione e protagonismo. Crediamo fortemente nella necessità di nuovo soggetto  ispirato ad un lavoro solidale e popolare e non a trattative di vertice tra presunti “stati maggiori” che riproducono, inevitabilmente, sospetti, rancori e pretese egemoniche, che già sufficienti danni hanno prodotto.

Nella nostra regione il livello di unità e fiducia tra le forze che hanno dato vita alla costruzione di Altra Europa con Tsipras  prima, di Altre Marche poi, è assai avanzato.  Abbiamo trascorso mesi e mesi a discutere, abbiamo affrontato competizioni elettorali in maniera unitaria e, per tutte queste ragioni, non pronunceremo l’ennesimo appello ai “vertici” nazionali ma procederemo autonomamente alla costruzione di un soggetto unitario regionale. Ripartiamo dal territorio, poiché i fatti contano più degli appelli e, ci auguriamo, possano scuotere coscienze e spazzare via opportunismi e settarismi. Pensiamo, a questo proposito, che mai più profetiche furono le parole di Antonio Gramsci: “Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio”.

Non intendiamo far nascere un “partito”, un altro partitino, tantomeno regionale; intendiamo avviare un laboratorio di costruzione  di una forza aperta alle realtà, alle associazioni ed ai movimenti che, nelle Marche, esprimono diversi livelli di critica e di proposta, per costruire uno spazio pubblico condiviso in grado di far lievitare un’azione politica quotidiana. Un cantiere capace di mobilitare, su battaglie concrete, pezzi importanti e vivi della società attraverso pratiche di partecipazione e di mutualismo.

Non pensiamo in alcun modo che il nostro compito si esaurisca con il mettere insieme sigle di partito già esistenti, condizione questa necessaria ma non sufficiente; e non è identificabile nemmeno con la formazione di un gruppo parlamentare, che sarebbe molto utile se si limitasse ad essere strumento di lotte, visibilità e sostegno economico in previsione della nascita di un soggetto unitario altro, dannoso invece se si autoproclamasse l’embrione di un nuovo partito, perché ridurrebbe questo obiettivo ad una sterile manovra elettoralistica.

Il soggetto politico che intendiamo costruire dovrà essere percepito utile dai cittadini e dovrà mirare a ricomporre un blocco sociale significativo attraverso l’auto-organizzazione e la pratica del conflitto.

Non è una sfida presuntuosa ai livelli nazionali, ma ci siamo resi conto che le ultime vicende hanno superato la misura e rischiano di disperdere il patrimonio unitario e di fiducia che siamo riusciti a ricostruire dalle elezioni europee in poi.

Concordiamo con la sostanza del documento nazionale “Noi Ci Siamo, Lanciamo la sfida” e lo consideriamo una base di partenza comune; ribadiamo,  a livello internazionale, la collocazione nel GUE- Sinistra Europea, ripensando una dimensione europea del nostro agire, tanto più necessaria alla luce delle vicende greche, dove abbiamo toccato con mano la forza del capitale e la nostra incapacità di invertire la rotta.

A livello locale e nazionale, coerentemente, ribadiamo la nostra autonomia ed alterità al PD, che consideriamo una forza organicamente liberista, non solo nelle strategie nazionali, ma anche nelle concrete pratiche politiche ed amministrative dei singoli territori.

Questo lavoro vogliamo farlo partendo dal nostro territorio e riannodando i fili di tutte quelle relazioni e quelle esperienze costruite negli ultimi due anni nel campo delle forze di sinistra, ambientaliste, laiche, libertarie, di chi contrasta quotidianamente nelle città, nei luoghi di lavoro, nelle istituzioni, le politiche neoliberiste e le sue conseguenze.

L’obiettivo è quello di costruire il conflitto e sviluppare un’alternativa politica e sociale nel Paese e in Europa, ponendoci come interlocutori affidabili di tutti quei movimenti e quelle lotte a noi vicine, dal reddito alla casa, dai lavoratori in difficoltà  ai  sindacati che davvero ne curano gli interessi, dai movimenti ambientalisti a quelli in difesa dei beni comuni.

Riteniamo quindi necessario operare sin da subito alla costruzione di comitati unitari sui referendum contro l’Italicum e la  cancellazione della Costituzione nata nel 1948 dalla Resistenza, poiché a primavera partirà la raccolte firme su tali quesiti, accompagnati da altri che toccheranno anche gli ambiti della scuola, dell’ambiente e del lavoro.

Si rende inoltre necessario, sin da subito, la costruzione di una rete  di opposizione alle politiche liberiste che la Regione Marche sta applicando come mera esecutrice del governo Renzi.    Riteniamo che sia fondamentale agire subito  con iniziative unitarie che contrastino i drastici tagli alla sanità (la chiusura dei presidi ospedalieri e punti nascita,  la mancata applicazione della 194), che affrontino la questione ambientale (NO TRIV, Biogas, Inceneritori),  che informino e facciano chiarezza sulle problematiche connesse allo SbloccaItalia, sulla nuova legge urbanistica regionale  e il nuovo Piano-Casa, che affrontino la questione lavoro, con particolare attenzione alla disoccupazione giovanile (apertura sportelli contro la precarietà).

Occorre inoltre organizzare la mobilitazione sui temi della pace e dell’immigrazione, costruire la mobilitazione contro  il Fiscal Compact ed il pareggio di bilancio, combattendo i vincoli europei con azioni radicali e proposte di disobbedienza o rottura dei Trattati, e contro i trattati economici internazionali  come il TTIP, che mirano alla sottrazione dei diritti dei lavoratori, allo sfruttamento senza regole delle risorse ambientali e alla privatizzazione dei servizi.

E’ un lavoro duro e complicato ma necessario, non possiamo e non vogliamo sottrarci ad esso. Parteciperemo ad ogni appuntamento per la costruzione del soggetto politico nazionale che individui immediatamente gli strumenti più efficaci per contrastare le politiche neoliberiste regionali e nazionali e che si dia il funzionamento di una testa un voto.

E proveremo a portare in ogni sede il senso del nostro lavoro e della nostra esperienza; non abbiamo alcuna irrealistica presunzione ma, appunto, non intendiamo più attendere né delegare.

Possiamo costruire una grande forza che cambi la società e la cultura dominante. Facciamola.

 

 

 

 

Welfare del comune per rompere la gabbia ordoliberale

Intervengo volentieri a questa assemblea, perché da sempre sono interessato a capire quali sono i sommovimenti politici e sociali che hanno come obiettivo il miglioramento delle condizioni di vita degli uomini e delle donne di questo paese, qualunque sia la loro provenienza e la loro cultura.

Lo faccio, però, in quegli ambiti dove si registra una tensione ideale in grado di aprire spazi di autonomia propositiva, culturale e di conflitto nei confronti della struttura di potere dominante

Spero che questo sia uno di questi.

In questa fase, l’Italia vive un impasse politico e sociale molto forte.

Dal punto di vista sociale, la crisi, che possiamo definire strumento di governance oramai permanente,  ha investito ogni ambito di azione e di vita, restringendo sempre più spazi di liberazione e di cambiamento.

Nel mondo del lavoro, i gradi di ricattabilità si sono moltiplicati, acuendo il processo di subalternità sia materiale che culturale.

Assistiamo, infatti, ad almeno tre forme di ricatto: il ricatto del bisogno, classico dispositivo materiale, che fa perno sulla condizione precaria e, quindi, debitoria della vita messa al lavoro per depotenziare all’origine qualsia velleità conflittuale e favorire il dumping sociale. Il Jobs Act e provvedimenti affini hanno istituzionalizzato questo stato delle cose. Poi abbiamo il ricatto dell’immaginario, in grado di desoggettivare gli individui e depotenziare le potenzialità eccedenti della cooperazione sociale ai fini di piegarle all’accettazione volontaria  e consenzienti dei nuovi dispositivi di comando: il merito e il riconoscimento (comunque deciso dall’”alto”, non dal “basso”). E, infine, abbiamo il ricatto della promessa: il dispositivo più feroce e illusorio per i giovani, che baratta un futuro incerto e il più delle volte impossibile con un presente di accettazione e subalternità sino a creare la nuova frontiera della condizione lavorativa, una volta istituzionalizzata la precarietà: la gratuita del lavoro.

Questi tre diversi livelli di ricattabilità segnano oggi la soggettività del lavoro e la sua composizione sociale e tecnica. Indicano anche nuove forme di divisione del lavoro. Diverse inchieste lo confermano (dalla mini inchiesta sul lavoro gratuito a Expo, a quelle sul lavoro autonomo di III generazione sino alle diverse inchieste sullo stage).

Da questo stato dell’arte  occorre ripartire.  Qui sta la sfida ”politica”. Qual è il possibile processo di soggettivazione di queste realtà lavorative? Come può la supina accettazione individualistica di tale situazione di effettivo sfruttamento (ma non percepito come tale dai più), tra ricatto del bisogno, della promessa e dell’illusione immaginifica, trasformarsi in vertenzialità conflittuale collettiva?

Supponiamo che queste domande vengano poste. Quali sono le risposte?

Da un lato, vi è la visione manageriale-autoritaria di quella parte del capitalismo italiano che punta, con demagogia modernista, a estendere lo sfruttamento (per espropriazione o captazione) di quella cooperazione sociale, il general intellect, che oggi costituisce la base di un capitalismo bio-cognitivo e immateriale 2.0, ancora tutto da inventare (co-working, sharing economy, quel misto tra yuppismo di ritorno e illusione di realizzazione individiuale, una sorta di “californian ideology” (nella migliore delle ipotesi, in salsa mediterranea). Renzi, Sala, il futuro partito della nazione, il Pd si muovono tutti all’unisono in questa direzione con sperimentazione inizialmente su base locale. Milano fa da apripista. A mio avviso, costoro sono i nostri avversari più pericolosi e subdoli.

Di contro, c’è la proposta di ripristinare un intervento di politica economica d’antan che si illude che i processi di valorizzazione capitalistica di oggi siano in continuità con il paradigma industriale fordista, inseguendo una composizione sociale del lavoro (e una sua rappresentanza politica) che, se esiste, è comunque diventata minoritaria, per di più di una fascia d’età avanzata.

Se queste sono le posizioni, vince facile Renzi.

In conclusione,  siamo in una fase pre-politica, di ricostruzione di una coscienza e di un possibile. Per questo credo sia necessario un intervento che abbia le seguenti duplici caratteristiche:

I. Essere in grado di interloquire e intercettare le soggettività precarie e inoccupate sul loro terreno di vita e percezione, che ponga al centro della propria proposizione politica la costruzione di un nuovo welfare che:

a. supporti i processi di apprendimento e di rete, garantendo continuità di reddito più che continuità di lavoro,

b. ponga dei limiti al dumping sociale, introducendo forme minime di remunerazione  del lavoro a seconda del contesto di riferimento (un salario orario minimo, laddove l’orario di lavoro può essere ancora contabilizzato o un tariffario laddove si ha una prestazione che prescinde da un orario di lavoro misurabile)

c. riformi il sistema degli ammortizzatori sociali verso la definizione di un reddito minimo di base, il più possibile incondizionato, finanziato dalla fiscalità generale e non dai contributi sociali, erogato ai residenti (e non solo ai cittadini), a livello individuale (e non familiare), un reddito primario, non di natura meramente assistenziale in quanto strumento anti-povertà ma strumento di remunerazione di quella cooperazione sociale e di quel tempo di vita produttivo che oggi non viene considerato nei contratti in essere e che è la base del nuovo sfruttamento e autosfruttamento oggi esistente:

d. garantisca l’accesso il più possibilmente gratuito ai beni comuni  materiale e soprattutto immateriali.

In una parola una proposta di “welfare del comune”

II. Essere in grado allo stesso tempo di indicare, qui e ora, un possibile spazio di autonomia di proposizione e di realizzazione. Ciò significa proporre, testare,  costruire sperimentazioni (dal basso, al di fuori del ceto politico oggi dominante anche a sinistra) che consentano di sviluppare modelli di cooperazione che non siano sussumibili all’interno del ciclo di valorizzazione del capitale, sia esso caratterizzato da espropriazione o da diretto sfruttamento consenziente (auto-sfruttamento), comunque sempre all’interno di una produzione di valore di scambio.

Sperimentazioni che devono avere anche autonomia finanziaria: spazi di auto-produzione, auto-organizzazione e autogestione di pratiche alternative, dal consumo (ad esempio, i Gas e le filiere alternative del cibo), alla formazione (corsi autogestiti, anche all’interno di Università), alla cultura, all’arte, alla musica, al teatro  (centri autonomi di produzione artistica, ad esempio il circuito dei teatri occupati ma non solo oggi ancora attivi, Macao, Asilo, Sale Docs, ecc.), alla cura e all’assistenza (es. asili nido autogestiti) , alla produzione alternativa delle fabbriche recuperate (es. Re-Maflow e Officine Zero). Fuoriuscendo dalle gabbie del rapporto legalità-illegalità: ricordiamo che alcune pratiche di illegalità, quando hanno come obiettivo il recupero di spazi reali e culturali e l’allargamento delle possibilità di autodeterminazione, non sono altro che le frontiere della futura legalità.

In una parola, creare un contro-immaginario, che pone al centro la costruzione di autonomia economica, auto-determinazione sociale, diritto di scelta, a partire dal diritto alla scelta del lavoro (oltre il diritto al lavoro qualunque sia): in una parola, effettiva democrazia reale non formale.

 

 

 

 

 

Si parte! Documento di apertura

Viviamo in un tempo in cui comandano i mercati, e se dentro i mercati comanda il grande capitale finanziario, la democrazia si restringe. Nei tempi, così come nei contenuti, “i mercati non aspettano” perché le scelte sono determinate non dai bisogni e dai desideri dei cittadini ma dalla disponibilità del grande capitale ad investire in un determinato territorio. E come è noto i capitali preferiscono collocarsi dove minori sono i salari e i diritti. La competizione politica in questi anni ha avuto come posta il dimostrarsi più efficiente e più pronta a modellare il proprio paese secondo i dettami del pensiero unico neoliberista. Ma è così che la politica perde la sua ragion d’essere e la sua credibilità. Se la politica agisce sulla base di stati di necessità determinati altrove, le persone ritengono sempre più inutile votare e partecipare alla vita dei partiti. Specialmente le persone più povere, per reddito e per sapere. La politica che compete nel campo ristretto disegnato dagli interessi del grande capitale finanziario diventa sempre più rissosa e meno trasparente. La degenerazione morale della politica origina dal venire meno di chiare alternative strategiche, di interessi e di valori. Se gli obiettivi da raggiungere sono per tutti gli stessi, se si rifiuta in partenza l’idea che un altro mondo è possibile, se cadono le distinzioni che hanno segnato le storie della sinistra e della destra, la politica diventa sempre di più un affare interno di chi nella politica investe per affermare se stesso. La casta dei professionisti della politica, che si rottama per rigenerarne una nuova. È per questo che abbiamo deciso di intraprendere la strada della costruzione di un partito della sinistra. Perché siamo partigiani. Rispetto alla parte che ha voce, soldi, potere noi scegliamo l’altra parte, quella che oggi non trova voce e ascolto dentro la politica istituzionale. La parte di quelli che hanno visto ridurre il proprio reddito e la possibilità di decidere della propria vita, mentre ricchezze e potere si sono concentrati nelle mani dei pochi. La parte di quelli che credono che il sapere sia un modo per orientarsi nel mondo e per orientarlo, che stia insieme alla libertà e alla bellezza e non alla ricerca del profitto e dell’utile. La parte delle intelligenze negate, di quelli a cui non è stata data la possibilità di accedere al sapere e di quelli che vedono ogni giorno svalorizzata la conoscenza che hanno acquisito con impegno e fatica. La parte di quelli che non misurano l’uscita dalla crisi sulla base di qualche decimale di PIL in più o in meno, magari trainati da quegli stessi fattori (il petrolio a buon mercato, l’aumento della liquidità monetaria) che hanno provocato la crisi economica e messo a rischio il pianeta; bensì dal lavoro buono e dignitoso che si riuscirà a costruire, dalla salubrità dell’ambiente in cui viviamo, dalla diffusione del sapere e della cultura, dalla salvaguardia e dall’estensione dei beni comuni, da una più equa redistribuzione dei profitti dalle rendite finanziarie verso i salari, la ricerca libera e l’innovazione tecnologica. Rispetto ad un mondo che ha subordinato ogni cosa all’utile e al profitto siamo dalla parte dell’uguaglianza e della libertà.
Ma i partiti attuali non sembrano avere nessuna voglia di affrontare le ragioni vere della loro crisi di rappresentanza, che si manifesta nel crescente astensionismo e nel venire meno della partecipazione alla loro vita. Hanno anzi scelto quasi ovunque la strada del decisionismo e del restringimento degli spazi nei quali si esercita la democrazia. Si vota per decidere chi comanda. Dopo starà a chi comanda esercitare un potere sempre meno trasparente e sempre più subalterno alle logiche del grande capitale. È questa la ragione di fondo che orienta la riforma della Costituzione e quella delle legge elettorale che il Parlamento ha votato e che saremo chiamati a confermare o a respingere con un referendum. Se si intende continuare a smantellare lo stato sociale, a ridurre i diritti di chi lavora, a martoriare il territorio con le grandi opere e le trivellazioni, occorre ridurre gli spazi dove il popolo e che lo rappresenta prendono la parola. Il Parlamento deve essere un luogo di maggioranze blindate e di truppe fedeli, con tempi sempre più ristretti per discutere e deliberare. Rischiamo di diventare la repubblica del silenzio ­assenso rispetto alle decisioni di chi comanda. E si riducono le risorse economiche e progettuali a disposizione delle autonomie locali, quelle che comunque devono fare i conti in presa diretta con le domande dei cittadini. Il referendum per la Costituzione sarà il primo terreno su cui il nuovo soggetto politico in costruzione si cimenterà. Per evitare che venga prosciugata l’acqua in cui la buona politica può esercitarsi. Non sarà solo una battaglia a difesa della Costituzione nata dalla Resistenza. Sarà una battaglia per dare alla Costituzione piena attuazione. Dal diritto al lavoro, a quello alla salute, alla casa, all’istruzione e alla cultura, promuovendo campagne e se occorre referendum per affermare i diritti negati dalle misure del governo su questi terreni. E per affrontare con lo spirito della nostra Costituzione i nuovi grandi problemi che mettono a rischio la convivenza e la vita stessa nel nostro Paese e nel Pianeta. Il riscaldamento climatico, le migrazione dei popoli, la risposta al terrorismo e alla guerra, il diritto ad una vita felice delle donne e degli uomini indipendentemente dal loro orientamento sessuale. E come aprire nei luoghi del lavoro e della vita spazi di partecipazione nei quali le persone siano chiamate a deliberare sulle scelte che riguardano il loro presente e il loro futuro.
Il partito che vogliamo costruire si presenterà alle elezioni ma non sarà il partito delle elezioni. Sarà presente nelle istituzioni ma non sarà il partito degli eletti. Sarà il partito che intende promuovere la democrazia di ogni giorno. E che assicurerà il suo pieno sostegno e quello delle sue stesse presenze istituzionali, come già oggi fanno il gruppo parlamentare della sinistra italiana e gli amministratori locali impegnati sul progetto, a tutti i movimenti, i sindacati, le associazioni che nel territorio e nei luoghi di lavoro promuovono partecipazione e conflitto. Perché sa che nessun vero cambiamento è possibile senza rivitalizzazione della società e del tessuto democratico diffuso del nostro Paese, senza ricostruzione della trama sociale lacerata e divisa da anni di egemonia politica, culturale, economica e sociale del neoliberismo. Nella società degli individui frammentati e massificati, tenuti insieme dalla cultura del consumismo, vince la destra comunque si chiami. Il nostro partito non pretenderà di esser il soggetto unico della politica. Se c’è ancora speranza di salvare l’Italia e l’Europa è perché in questi anni migliaia di presone hanno continuato a pensare e a ragionare insieme sulle scelte che riguardano la loro vita e il loro rapporto coi grandi problemi del mondo. Cominciando a praticare le cose che chiedevano e rivendicavano. Dal diritto alla casa, all’istruzione, alla salute, al rispetto dell’ambiente, alla solidarietà attiva nei confronti dei migranti, alla difesa e alla valorizzazione del beni comuni. La nostra aspirazione al governo e la nostra possibilità di governare si fondano sulla piena autonomia e sulla creatività di questi soggetti. Soggetti che dal canto loro ogni giorno verificano come, proprio per salvaguardare la loro autonomia e la loro capacità di incidere, sia necessaria anche una presenza che ne assuma contenuti e obiettivi nelle sedi dove si possono spostare e finalizzare risorse, dove di decide lo spessore delle frontiere,la pace e la guerra. Nel governo delle amministrazioni locali, degli Stati, dell’Europa.
Questo intreccio fra movimenti sociali e obiettivi di governo spiega l’avanzata in Europa di una nuova sinistra, da Syriza a Podemos. E l’affermarsi in alcuni degli stessi partiti storici di leaders esplicitamente alternativi al neoliberismo dominante e al predominio della finanza. Jeremy Corbyn in Inghilterra. Bernie Sanders negli Stati Uniti. Si apre oggi in Italia, in Europa, nel mondo un nuovo spazio politico a sinistra oltre la crisi delle socialdemocrazie. Il nostro partito non pensa se stesso come il vertice di una piramide ma come il nodo di una rete in cui si moltiplicano le esperienze di autogestione, di mutualismo, di auto organizzazione. Nemmeno il percorso che intendiamo intraprendere per fondare il nuovo partito sarà verticale, tanto meno verticista. Nessuno deve essere legittimato a dirigere sulla base delle sue precedenti esperienze di direzione. Perché anche il modo di fare politica di chi ha messo a disposizione sé stesso per il nuovo progetto, nei partiti come nei movimenti, non è stato esente dai molti dei vizi della politica che vogliamo superare. E perché oggi l’intelligenza necessaria ad affrontare i grandi problemi che il mondo attraversa è diffusa tra quelle migliaia di persone che mentre la politica insisteva nei vecchi rituali e nelle vecchie formule, hanno provato a tenere insieme e a pensare insieme i loro problemi e i problemi del mondo. Sono loro che devono essere protagoniste del percorso che si apre. Sono le loro idee, le loro esperienze che devono nutrire il percorso a partire dai tre giorni di febbraio. Loro come persone e non per la tessera che hanno in tasca. Il nuovo soggetto non può essere la semplice unione tra quanti in questi anni hanno provato a resistere, coi loro partiti o come minoranza nel partito di Renzi, alla deriva neoliberista e decisionista. Non ha come obiettivo di conquistare una dignitosa percentuale all’interno di un corpo elettorale drasticamente ridotto dalla sfiducia e dall’astensionismo. Deve avere l’ambizione di conquistare alla partecipazione democratica gli sfiduciati e i delusi: e i tanti che fanno politica, la politica che conta, nei luoghi del lavoro e della vita. È per questo che abbiamo detto no al nuovo soggetto come federazione delle esperienze organizzate esistenti. È per questo che partirà una vera e propria marcia per l’alternativa, un cammino di assemblee e di piccoli e grandi incontri che attraverserà l’Italia per organizzare il confronto pubblico sui temi, coinvolgendo reti sociali e di movimento, associazioni, ricercatori, sindacati e singoli cittadini in una grande discussione sul futuro del paese. Chi farà nel nuovo partito la sua prima esperienza politica deve contare quanto chi viene da una lunga storia. Certamente sarà necessario dare vita a strutture di coordinamento e di servizio che organizzino la partecipazione e la mobilitazione sugli obiettivi che insieme ci daremo. Ma siamo chiamati tutti a vigilare perché questa delega provvisoria fino al Congresso Costituente non sia una requisizione del dibattito politico e delle decisioni. Le strutture territoriali che costruiremo non dovranno essere semplici terminali per mobilitare la gente su decisioni assunte altrove, ma i momenti essenziali della stessa elaborazione politica. I grandi obiettivi generali che ci daremo saranno tanto più forti e convincenti quanto più nasceranno dalle pratiche sociali e dai pensieri che le alimentano. I nuovi strumenti di comunicazione, come la piattaforma digitale, così come il coordinamento intelligente delle occasioni più tradizionali di confronto diretto, rappresenteranno i luoghi nei quali si incontreranno le idee e le proposte nate nei territori, per diventare patrimonio di tutte e di tutti.

NOTA SU ASSEMBLEA COSTITUENTE NUOVA SINISTRA A BIELLA DEL 15 febbraio 2016

Contenuti: generale condivisione della scelta di fissare i valori di fondo e gli orientamenti di massima, mantenendo aperto il programma politico come condizione per allargare l’area di adesione al nuovo soggetto politico. Questo giudizio è collegato dalla necessità espressa dai presenti di non limitare l’operazione ai soli soggetti che la stanno promuovendo.

L’orizzonte deve essere quello di un nuovo modello di sviluppo con una decisa fuoriuscita dal pensiero unico neoliberista. Considerando il sistema capitalistico non come una spiaggia definitiva.
L’elemento che in qualche modo vive ancora del pensiero marxiano è la critica dell’economia politica che, paradossalmente è più utilizzata dagli analisti economici e del mercato che da una sinistra che, dopo il crollo del muro di Berlino, si è auto suicidata, anche nella versione riformista.
Superare l’ideologia ma rafforzare i valori. …continua a leggere

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